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100.
Vera Moneta
by Dani
Per comprendere il concetto di
Moneta è necessario analizzare l'origine logica della stessa, un'origine
che non per forza corrisponde sempre con quella storica: non sempre infatti gli
umani hanno vissuto e creato secondo una Vera Logica (vedi art.86).
Vediamo meglio quindi lo
sviluppo logico del concetto di Moneta.
La Vita
umana è vita di comunità, vita sociale. Quando si parla di comunità o
società umana? Quando un certo numero di esseri umani vivono assieme: quando
essi quindi innanzitutto comunicano tra loro ed agiscono per un
fine comune. La comunicazione viene prima dell'azione consapevole, in quanto non si può
agire consciamente senza una comprensione della realtà; comprensione che
può avvenire solo nel momento in cui vi è la capacità di distinguere tra
essenze e tra sostanze diverse: in sintesi, solo quando vi è un linguaggio.
Ora, quali
tipi di linguaggio esistono nella natura umana? Esistono 3 tipi di linguaggio: verbale,
gestuale e numerico. Il linguaggio verbale lo esprimiamo
attraverso la parola, orale o scritta. Il linguaggio gestuale lo esprimiamo
attraverso le espressioni corporee. Il linguaggio numerico, invece, lo
esprimiamo attraverso i nostri sensi ma, ancor prima, attraverso la nostra mente
(percepiamo cioè sensorialmente e mentalmente rispettivamente la sostanza e
l'essenza finita delle cose).
Il linguaggio
numerico, in quanto caratteristica fondamentale dello
spazio-tempo (essenza della stessa limitatezza e divisione temporale e
spaziale dello spazio-tempo), è il primo tipo di linguaggio che apprendiamo
appena nati dal momento in cui cominciamo a distinguere sensorialmente (non
ancora mentalmente) diverse realtà esterne (es.luce,buio,calore,freddo,ecc.).
Il linguaggio
numerico è l'unico tipo di linguaggio umano che è condiviso con tutto ciò
che esiste nello spazio-tempo (sebbene infatti anche altri esseri viventi, gli
animali ad es., abbiano un linguaggio gestuale come noi, tale linguaggio è
comunque diverso dal nostro il che non permette una comunicazione chiara tra noi e loro
a livello di linguaggio gestuale). Tale condivisione è da intendersi a livello
di essenza, e non di sostanza: mentre infatti solo gli esseri viventi animati
hanno in comune con gli umani il linguaggio numerico in quanto sostanza
(sensoriale: cioè nel senso che essi stessi percepiscono
sensorialmente il linguaggio numerico, cioè la limitatezza e differenziazione
delle cose),
invece tutto ciò che esiste nello spazio-tempo, animato o inanimato, ha in
comune con gli umani il linguaggio numerico in quanto essenza spirituale (ma non
in quanto essenza filosofica: cioè tutto ciò che esiste nello spazio-tempo, in
quanto essenza spirituale, comprende la finitezza delle cose, ma non la
comprende a livello filosofico-mentale allo stesso modo degli umani. L'essenza riguarda l'Essere, cioè la natura stessa interiore di
un qualcosa, a differenza della sostanza che riguarda invece l'Avere, e cioè il
rapporto di un qualcosa con l'esterno). (vedi anche art.91
e distinzione tra ontologia (essenza spirituale), epistemologia (essenza
filosofica) e fenomenologia (sostanza) ).
Il
linguaggio numerico è per
questo motivo l'unico tipo di linguaggio che conosciamo che ci può permettere
di comunicare (nel senso più ampio del termine, a livello spirituale, quindi a livello di Essenza) con tutto ciò che non è umano ed è spazio-temporale.
Quindi,
quando noi esseri umani vogliamo comunicare (da distinguersi, beninteso, dal
percepire sensorialmente o emotivamente oppure dal definire mentalmente) con
sostanze fisiche, possiamo farlo solo attraverso il linguaggio numerico. Cosa
significa questo? Significa che l'unico modo per creare uno scambio di
informazioni (una comunicazione appunto) che siano comparabili tra loro
(uno scambio è tale solo se gli oggetti dello scambio sono comparabili,
in caso contrario si parla di dono: nel primo caso vi è una interazione
bidirezionale, nel secondo unidirezionale) tra noi e qualsiasi altro essere,
animato o no, è attraverso il numero. Ora, se è vero che con gli esseri
animati tendiamo a preferire una comunicazione più umana e sensoriale, con i
beni (oggetti non animati) non abbiamo alternativa.
Ora, in una
comunicazione numerica, che tipo di informazione viene scambiata? Come in ogni
tipo di comunicazione, si scambia un valore. Esso infatti è l'essenza
stessa di ogni cosa esistente: proprio perché esiste, ogni essenza ha valore.
Il valore è cioè una caratteristica spirituale di ogni essenza esistente.
Tutto ciò che è Vita ha valore, proprio perché è: è l'essenza divina
di ogni cosa che gli dà valore.
Come
possiamo scambiare un valore numerico? A prescindere dalla nostra percezione
sensoriale o emotiva o dalla nostra definizione mentale di un dato essere non
umano, l'unico modo per scambiare un valore numerico tra noi ed essi è la
creazione di una misura che renda comparabili tutti gli esseri misurati. Se non
vi fosse un'unica misura, il concetto stesso di valore numerico non avrebbe
senso: avremmo infatti semplici e puri numeri, e non un valore numerico. Avremmo
cioè, senza una misura, una semplice "definizione numerica" e non
l'indicazione numerica del valore di tale "definizione". E comparare
"definizioni" senza un linguaggio comune (in questo caso numerico) non
è possibile.
Per comparare tali valori
numerici al fine di renderli finiti,
limitati, e quindi comprensibili è necessario quindi creare un'unica
misura del valore che valga per i valori di tutto ciò che si desidera
comparare. Senza una misura unica, infatti, ogni valore sarebbe fine a se
stesso, senza significato, in quanto di per sé illimitato, senza definizione,
senza limiti, e quindi non comprensibile. Solo ciò che è finito, infatti, è
definibile e quindi comprensibile.
Questa misura
del valore numerico è quella che oggi chiamiamo Moneta. Come si
presenta questa misura? Una misura di per sé è una convenzione, una
istituzione ossia una finzione collettivamente accettata; è quindi un concetto astratto,mentale, una regola che per uso,
consuetudine o legge viene utilizzata per misurare il valore numerico. Può essa
avere una sua rappresentazione fisica? Per capirlo, confrontiamola con altri
tipi di misura, ad esempio la misura della lunghezza.
Nella
misura della lunghezza, nel nostro Paese per convenzione si utilizza come unità
il metro. Per misurare nella realtà la lunghezza, si utilizzano
rappresentazioni fisiche di tale misura (es.corda,stecche di plastica o legno).
Queste rappresentazioni della misura sono anch'esse lunghezza, utilizzate per
comodità per avere una percezione sensoriale chiara della misura. Nella misura
del valore, oggigiorno nel nostro Paese per convenzione si utilizza come unità l'euro. Per
misurare nella realtà il valore numerico, si utilizzano rappresentazioni
fisiche di tale misura (monete metalliche e banconote; in passato metalli
preziosi o altri beni). Queste rappresentazioni sono anch'esse valore numerico,
utilizzate per comodità per avere una percezione sensoriale chiara della
misura. Tali rappresentazioni, sia per la lunghezza sia per il valore numerico,
sono quindi dei mezzi fisici di comunicazione della misura della
lunghezza e del valore numerico rispettivamente. Ma essi non sono misura, ma
solo appunto un mezzo di trasmissione della misura, una sua rappresentazione o,
per dirla in termini economici moderni, un suo titolo. Monete e banconote sono
quindi titoli monetari e non moneta.
Così come
la misura è una convenzione, allo stesso modo lo è per deduzione logica il mezzo che rappresenta
fisicamente tale misura, in quanto esso stesso derivante da una convenzione, la
misura appunto. Non ha alcuna importanza quindi, per logica, il fatto che il
bene utilizzato come mezzo di scambio abbia un valore intrinseco o meno agli
occhi della gente.
La misura
di per sé, in quanto concetto astratto, immaginario, non è cumulabile
fisicamente, ma può esserlo a livello immaginario, tenendo il conto a livello
numerico (a mente,su un foglio,su un computer,ecc.) di quanta misura del valore
numerico si ha cumulata. E' quello che succede oggi: la maggior parte dei mezzi
di pagamento che utilizziamo sono misura del valore (conti correnti, puri
numeri) e solo in minima parte mezzi di scambio (rappresentazioni della misura
del valore, titoli monetari: monete metalliche e banconote).
Il mezzo di
scambio, invece, in quanto bene fisico (e per ovvi motivi di praticità) durevole e fungibile è per sua natura
cumulabile. Sia la misura del valore sia il mezzo di scambio possono quindi
rappresentare una riserva di valore: nel primo caso immaginaria, nel secondo
fisica.
Da quanto
sopra detto, qual è la Vera Moneta? E' la Moneta o il titolo monetario? E tale
Vera Moneta, può essere accumulata? Ed in che modo eventualmente?
La Vera
Moneta è quella che si basa su un Vero Valore, e cioè su un Valore
Soggettivo (vedi art.88). Essendo il valore
logicamente precedente alla moneta, in quanto la misura del valore può esistere
solo se il valore misurato già esisteva in precedenza [1], solo se siamo in
presenza di Vero Valore possiamo avere una Vera Moneta. Come abbiamo visto, il
Vero Valore è tale perché esiste sia a livello ontologico, sia a livello
epistemologico sia a livello fenomenologico. Se così è, anche la Vera Misura
del Vero Valore deve logicamente, di conseguenza, esistere in tutti e tre tali livelli di analisi. Ciò significa che la Vera Moneta è quella che esiste sia
in quanto essenza spirituale (analisi ontologica), sia in quanto essenza
filosofica (analisi
epistemologica) sia in quanto sostanza percepibile con i sensi (analisi
fenomenologica).
La Vera
Moneta è quindi un'essenza spirituale (pensiero al di fuori di spazio e tempo), che è allo stesso
tempo anche essenza filosofica o pensiero spazio-temporale (misura del valore) e
sostanza sensoriale (mezzo di scambio). Quindi sia la Moneta sia il
titolo monetario costituiscono entrambe ed in congiunzione, sebbene il secondo
derivante dalla prima, la Vera Moneta. Essa quindi, come già detto sopra, può
essere accumulata sia come misura del valore sia come mezzo di scambio.
Ora, di chi
è la proprietà di tale Vera Moneta? E chi ha il compito di crearla? La moneta,
in quanto convenzione, è di proprietà di chi crea ed accetta tale convenzione: in una
democrazia, quindi, il popolo stesso attraverso i suoi rappresentanti
governativi. Il popolo quindi crea non
solo la manifestazione istituzionale (misura del valore) ma anche la manifestazione fisica (mezzo di
scambio) della moneta. Poiché la manifestazione
istituzionale viene creata legalmente (e cioè a livello governativo), di
conseguenza la manifestazione fisica, in quanto titolo rappresentativo della
stessa misura, deve logicamente seguire lo stesso meccanismo di creazione legale e
quindi pubblica.
Come deve
essere emessa tale Vera Moneta? In quanto proprietà del popolo, e con lo scopo di favorire gli
scambi al fine di mantenere il benessere nella comunità, tale Vera Moneta deve
essere emessa a favore del popolo stesso, e quindi a credito; e per lo stesso
motivo, in quanto credito in possesso della Comunità per se stessa, tale Vera
Moneta deve essere distribuita all'emissione in modo eguale tra i cittadini,
oltre ad essere utilizzata per pagare i servizi pubblici.
Possono esservene
più di una su uno stesso
territorio? In quanto convenzione sociale, è libera scelta del popolo quante
Vere Monete avere su un territorio, a seconda dei propri desideri. Ma è
effettivamente utile averne più di una? Il fatto che i bisogni locali siano
diversi dai bisogni di realtà più grandi significa che la presenza di monete
diverse sia utile? In realtà, se la moneta utilizzata è una Vera Moneta, con
le caratteristiche elencate in questo articolo, non vi è alcun bisogno di
creare monete a livello locale: basta una sola moneta globale. La necessità di
creare monete locali si fa strada solo quando la moneta globale (o quella di un
territorio comunque più vasto) non soddisfa i bisogni monetari locali: questo
fatto può avvenire solo in presenza di moneta-debito. Se l'emissione monetaria
è invece a credito e suddivisa tra i cittadini, logicamente non vi sarà mai scarsità di moneta per i bisogni reali di
una comunità.
In quale
quantità tale Vera Moneta deve essere presente nella Comunità? La Vera
Moneta è presente in un ammontare pari alla emissione monetaria effettuata
dall'organismo pubblico preposto all'emissione. Data la proprietà pubblica
della moneta e data la necessità logica della Vera Moneta di essere anche
fisica, ne consegue che nessun organo non pubblico ha il permesso di creare
esemplari della moneta per convenzione riconosciuta nella comunità: tale
divieto vale naturalmente, in quanto entrambe parti della Vera Moneta, sia per
la misura del valore sia per il mezzo di scambio.
Data
l'influenza che l'ammontare dell'emissione ha sui prezzi dei beni e servizi,
attraverso la legge della domanda e dell'offerta [2], è necessario
controllarne la quantità in circolazione affinché rispecchi effettivamente
beni e servizi: è proprio infatti la funzione intrinseca della moneta come
mezzo di scambio di beni e servizi che rende implicitamente necessario che la
sua quantità rispecchi reali scambi di beni e servizi. Ed un bene ed un
servizio sono reali quando si basano sul lavoro, e quindi su un reale costo
di produzione del bene o del servizio. E' necessario quindi che la moneta
emessa dall'organo predisposto costituisca un reale costo di produzione: se
così non fosse, non solo non sarebbe Vera Moneta (in quanto non basata su uno
scambio reale) ma sarebbe altresì altamente inflazionistica in una società che
rispetta la "legge" della domanda e dell'offerta. Se vi è una
certezza di avere moneta gratuita senza dover lavorare, infatti, tale moneta
verrà spesa principalmente per il consumo, stimolando quindi l'aumento dei
prezzi.
Ciò
significa che la Vera Moneta che l'organo pubblico emette dovrebbe costituire un
costo (seppur virtuale, dato che la moneta per coprire tale costo viene creata
dal nulla) per l'emittente stesso: quindi sia la spesa pubblica sia la moneta
distribuita ai cittadini deve essere emessa come pagamento (e non come
finanziamento a monte) di determinati beni e servizi. Tale forma di emissione
garantirebbe, inoltre, un più corretto utilizzo sia della spesa pubblica (la
comunità paga il lavoro pubblico emettendo moneta solo a lavoro ultimato, o
comunque a tranches a vari stadi di completamento dei lavori) sia del
"reddito di cittadinanza" che è costituito in tal caso da buoni
nominativi non monetari spendibili presso esercenti convenzionati, i quali poi
offerto il bene o servizio alla gente sconta tali buoni nominativi in moneta
presso l'organo emittente. L'utilizzo di buoni al posto di moneta garantisce
inoltre che essi vengano spesi solo per i beni e servizi offerti dalla
comunità: un reddito di cittadinanza monetario sarebbe invece non etico in
quanto tale moneta, oltre ai limiti già accennati, sarebbe anche spendibile per
sua natura in beni e servizi dannosi all'individuo e di conseguenza alla
società nel suo complesso, diventando potenzialmente una disutilità piuttosto
che una utilità sociale.
Come
misurare se la moneta in circolazione è in eccesso, giusta o in difetto? La
moneta come detto rappresenta un costo di produzione: laddove essa non è tale,
siamo in presenza di non moneta. Se vi è un eccesso di moneta nel sistema
rispetto ai costi di produzione del sistema, allora in caso di inflazione (che
è una forma di tassa indiretta sulla gente) è necessario prelevare la moneta
in eccesso rispetto ai costi di produzione. Da dove si preleva questa moneta? Se
è in eccesso, significa che vi è della non moneta che circola nel sistema, cioè
moneta che non rappresenta un costo di produzione reale. In un
sistema in cui vi è solo un organo pubblico che può creare moneta e la crea
solo ex post come pagamento del lavoro svolto (pagamento anche a tranches, come
detto sopra, per facilitare lo svolgimento dei lavori), vi sono solo due
possibili origini di tale non moneta: la falsificazione o un surplus,
cioè un profitto.
Il
controllo della correlazione tra moneta circolante e beni e servizi reali
necessita quindi di un controllo sia delle possibili falsificazioni monetarie
sia del profitto creatosi nel sistema. Solo in questo modo si può sapere se vi
è effettivamente moneta in eccesso nel sistema e quanta. E solo in questo modo
l'organo monetario pubblico può di conseguenza prendere le misure necessarie
per avere una Vera Moneta. Una moneta cioè che sia misura del valore, innanzitutto,
e che mantenga quindi la sua natura istituzionale non venendo meno alla
convenzione stessa: convenzione che è valida solo se rimane tale, e quindi una
moneta è tale solo se la sua funzione di misura del valore rimane immutata nel
tempo.
La misura
per sua natura è tale solo se rimane costante, in quanto convenzione. Ed una
convenzione se mutata, non è più la stessa convenzione, ma qualcosa di
diverso. Forse il metro di oggi è diverso da quello di ieri? O, a livello di
rapporti tra misure di lunghezza diverse, il rapporto tra metro e piede è
diverso oggi da ieri o da domani?
In
realtà, quindi, una Vera Misura del Valore potrebbe rimanere realmente stabile
ed essere quindi una Vera Misura solo se i prezzi rimanessero realmente stabili
a priori, senza che fosse necessario modificare la quantità di moneta in
circolazione da parte dell'organo monetario al fine di mantenere costante il
livello generale dei prezzi (al fine quindi di mantenere la moneta una Vera
Moneta, e cioè una Vera Misura).
E'
necessario quindi avere un controllo del reale profitto esistente nel sistema,
cioè di quella non
moneta che viene spacciata come tale e che è in surplus rispetto ai beni e
servizi. Ed in primis, di quel profitto derivante dallo stesso potere di emettere
moneta falsa, un non costo di produzione, emessa cioè come
finanziamento, sia nella forma di prestito sia nella forma a fondo perduto. Ma
anche di quel profitto derivante dal potere di emettere Vera Moneta, quel
profitto costituito dalla differenza tra il valore nominale della moneta emessa
ed il suo costo di produzione, spesso chiamato signoraggio. Signoraggio
che, se reinvestito dall'organo pubblico monetario come pagamento di beni o di
servizi per la collettività, non è inflazionistico.
Il profitto
o nelle imprese odierne l'utile netto [3], non è un costo di produzione: esso è un
guadagno monetario in eccesso rispetto al lavoro reale, rappresentato dai costi
di produzione. Tale guadagno in eccesso, tale non moneta, se reinvestita diventa
essa stessa un costo di produzione e quindi vera moneta. Se invece tale profitto
viene speso per il consumo, esso è un potenziale generatore di inflazione
eccedente alla moneta reale: è tale profitto quindi, in quanto moneta non reale
e non basata sul lavoro, che è da prelevare dalla massa monetaria in
circolazione in caso di eccesso di moneta inflazionistico.
In caso di
difetto di moneta nel sistema rispetto ai costi di produzione, invece, significa
che o si è conteggiato come costo di produzione un costo che non è stato
pagato in moneta, o che si sono pagati costi di produzione con una moneta
diversa da quella emessa dalla comunità locale. Nel primo caso vi è una
evidente irregolarità punibile dal rispettivo organo giudiziario pubblico, nel
secondo vi è invece solo da verificare con gli organi monetari emittenti le
altre monete estere in questione se i pagamenti effettuati in tali monete
risultanti dai bilanci corrispondono ai loro calcoli.
L'organo
pubblico emittente una Vera Moneta ha quindi il compito di intervenire solo
quando vi è un eccesso di moneta rispetto ai reali beni e servizi
(misurati come detto dai costi di produzione); nel caso di difetto di moneta
rispetto ai reali beni e servizi,
infatti, esso di certo non dipende dall'organo emittente moneta dato che lo stesso
organo controlla direttamente tutta la massa monetaria e la emette solo ed
esclusivamente come costo di produzione ed a credito: cosa che garantisce
l'impossibilità logica di una scarsità di moneta nel sistema rispetto ai beni
e servizi.
LIBRO CONSIGLIATO

Note:
[1] ciò è vero perché
sebbene, come detto in precedenza, il valore diventa misurabile numericamente
solo nel momento in cui creiamo la misura, tale valore anche se non misurabile
numericamente esiste già in precedenza come valore sociale, come semplice
valore basato sulla comparazione "convenzionale" non numerica tra
diversi beni. Ad esempio, per motivi sociali di qualche tipo si può considerare
l'oro come un bene che ha maggior valore rispetto agli altri beni anche quando
tale differenza di valore non è ancora misurabile numericamente. Prima della
creazione di una misura del valore esiste quindi un valore ordinale, mentre con
la creazione della misura si aggiunge ad esso (e spesso lo sostituisce) un
valore cardinale (ossia numerico).
[2]
quella "legge" economica, causa della
influenza della quantità di moneta sui prezzi (vedi art.18),
secondo cui date certe condizioni (libero mercato e concorrenza perfetta) i
prezzi dei beni e dei servizi sono determinati dall’incontro della domanda e
dell’offerta. In breve, se l’offerta è superiore alla domanda, i prezzi
tenderanno a diminuire; se invece la domanda è superiore all’offerta, i
prezzi tenderanno ad aumentare. E'
importante sottolineare che, come ogni legge umana, essa è una convenzione.
Essa cioè vale soltanto se tutti (o comunque la maggior parte degli attori del
mercato) accettano e rispettano tale legge. E’ possibile, infatti, che vi
siano persone che non ragionino secondo tale legge e che reputino normale che,
se l’offerta supera la domanda, il prezzo tenda non a diminuire bensì ad
aumentare (perché, ad esempio, i produttori devono supplire ai costi maggiori
derivanti dalla deperibilità dei loro prodotti) o che, ad esempio, se vi è un
eccesso di domanda i prezzi debbano per "correttezza morale" rimanere
sempre gli stessi nel momento in cui non si è presentato alcun nuovo costo di
produzione che giustifichi l'aumento di prezzo. Il verificarsi di tale legge
dipende quindi dalle aspettative degli agenti nel mercato che tale
"legge" non scritta sia rispettata. Legge che, è doveroso
sottolinearlo, è economicamente etica nel caso in cui i prezzi diminuiscono per
un eccesso di offerta sulla domanda (bisogno del venditore), ma non lo è
nel caso in cui i prezzi aumentano per un eccesso di domanda sull'offerta (egoismo
del venditore).
[3]
inteso come il valore della produzione meno i costi
di produzione in senso stretto (salari, interessi passivi, ammortamenti, consumi
intermedi), al netto dell'eventuale lavoro stipendiato dell'imprenditore.
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